ACQUA SACRA

 

Arriva sul mercato editoriale italiano il quarto libro di Keith Henderson, autore anglo-canadese (tradotto da Fiorella Paris ) che ha ambientato il suo romanzo tra l’Abruzzo e il Canada.

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“Quell’angolo di un’antica arcata di pietra, una di quelle costruzioni fossili che ingombrano il paesaggio italiano, risaliva al tempo dell’impero romano e non era altro che l’acquedotto che, un tempo, attraversava gli Appennini fino ad Alba. Poiché se l’Abruzzo era pietra, era anche acqua. Acqua dalle cime innevate del Monte Velino. Acqua sorgente che scorreva dalle polle di Acqua Sacra e alimentava la sua derelitta fontana come se alimentasse, ancora, come un tempo, l’acquedotto. Acqua per le pecore e decine di migliaia di soldati.”

L’Abruzzo è il grande protagonista che si muove dietro le quinte dell’ultimo romanzo (il quarto) di Keith Henderson, scrittore anglo-canadese. Acqua Sacra, questo il titolo del libro, arriva in Italia grazie a Kirke Edizioni e racconta la storia di Susanna, un’italo-canadese che ritorna nel paese di nascita per ristrutturare la sua proprietà, danneggiata dal terremoto del 2009.
Susanna, forse per l’acculturazione dell’emigrante, o forse più per indole personale, ha un’integrità morale e un ordine interno con pochi chiaroscuri. È Pogg. Così, la definisce Ted Blake, collega e amico, utilizzando un acronimo su cui è costruito il Canada, che significa ‘pace, ordine, governo giusto.’ Però Susanna-Pogg, nonostante l’apparente sicurezza, cela dentro se stessa un senso d’inadeguatezza, che l’amarezza per il divorzio dal marito le ha riacutizzato all’interno.
In qualche modo, Susanna con i suoi sogni sgualciti dalla vita, con il suo fallimento sentimentale, con la fragilità dell’umana esistenza diventa simbolo di tutti i terremoti. Non solo quelli esteriori. E come in un romanzo di formazione, ci racconta una storia tra tante altre storie.
Quella di una regione, l’Abruzzo, abbandonata all’incuria e al degrado, nonostante un passato storico glorioso, e un patrimonio paesaggistico notevole. Poi, una storia di malaffare e di corruzione. D’illegalità che troppo spesso diventa regola. D’irregolarità, con cui a volte, si costruiscono perfino le politiche pubbliche e le strategie d’impresa. Cose che accadono nel mondo e che uniscono in un filo immaginario, ma non troppo, il Québec all’Italia. All’Abruzzo.
Nel suo stile minimalista, in punta di penna, l’autore traccia un orizzonte comune in cui fa muovere e agire alcuni dei protagonisti che, apparentemente, sembrano non comprendere la gravità dei propri comportamenti e il loro disvalore sociale prima ancora che etico. Abilmente, attraverso dialoghi curati e serrati, Keith Henderson mette in luce quel continuo spostamento dei confini tra legalità e illegalità. Quel sottile e abile gioco, che gli avvocati dello studio di Lamothe, Bliss, & Hendricks conducono per accaparrarsi affari da milioni di dollari. Insomma, la normalizzazione del malaffare e la cultura della corruzione che spinge a pensare che chiunque, alla fine, sia corruttibile.
Cose che accadono a Montreal. E che la nostra memoria rammenta bene anche in Italia.

A “Falena” Lamothe piaceva mantenere le cose divise in compartimenti stagni. Era responsabile dei pesci più grossi, Bliss e Ted Blake dei più piccoli. Il che voleva significare che i ministri provinciali o federali sguazzavano nella corrente di “Falena”, nel migliore dei casi, liberi dalla mafia. Non era ingenuo nel non comprendere quanto l’acqua potesse star stretta tra i comparti. Sapeva che i mafiosi erano infiltrati negli uffici del governo federale, nel ministero dei Trasporti canadese, all’Agenzia delle Entrate, forse anche nel Consiglio dei ministri. Come spiegare altrimenti gli innumerevoli “misteri di Ottawa”: le multe irrisorie, le condanne brevi, i documenti di cittadinanza velocissimi, le orecchie sorde alle richieste italiane, perfino a quelle americane di estradare assassini e delinquenti. “Falena” misurava lo zelo del governo contro il terrorismo in contrapposizione al loro lassismo e all’indolenza generale quando si trattava di criminalità organizzata. Inoltre, sapeva come funzionavano le cose. In politica, le apparenze erano tutto. I finanziamenti delle campagne elettorali scorrevano in collettori ben oliati.

Il romanzo assume così, nel suo dispiegarsi, colpi di scena da thriller ben congegnato. Susanna, tra una pletora d’inciampi nella ristrutturazione della casa (costruttori abruzzesi inadempienti, architetti nervosi, burocrazia ‘cialtrona’, decessi misteriosi, pecore ‘turbolenti’) si ritroverà al centro di un affare internazionale, tra ecomafie, ’ndrangheta, migranti e la fuga del figlio del dittatore libico, Gheddafi.
La lettura scorre scandita da ritmi veloci, lasciando intravedere molto più di ciò che racconta. Anche la caratterizzazione dei personaggi, lo studio della loro psicologia, gli alibi, le mezze-verità, i soliloqui sofistici di Robert Bliss per giustificare le scelte professionali ai confini, se non oltre, la legalità conferiscono al romanzo una profondità e una capacità notevole di analizzare l’animo umano in tutte le sue contraddizioni.

Eppure sapeva che stava facendo qualcosa di sbagliato. Lo faceva apertamente e volentieri, alleato con altri che la pensavano come lui, e intimidire i suoi colleghi con ragionamenti illusori, dimostrazioni fini a se stesse per farli collaborare. Malignità. Lui stava contribuendo a uno schema elaborato di malefatte pubbliche. Hendricks aveva avuto ragione nel ricordargli il giuramento. Era un avvocato, aveva giurato di rispettare la legge, e lui stava tradendo quel giuramento. Eppure era convinto, si era autoconvinto, che l’apparato in vigore fosse robusto, complesso, e del tutto resistente a mere perplessità personali. Era come se fosse entrato in un’altra zona, con regole proprie, una zona di guerra.

A ben osservare, però, tra le righe, la storia di Susanna è in qualche modo paradigmatica di ben altro. Anche di un Abruzzo con il suo progressivo declino e involuzione. Una regione, che secondo il dossier Ecomafia 2016 di Legambiente, è territorio fragile all’illegalità nel ciclo dei rifiuti, con un trend in costante e inquietante crescita. 266 infrazioni penali accertate in questo settore, il 5,2% sul totale nazionale conferiscono all’Abruzzo un triste traguardo. L’ottavo posto nella classifica regionale per numero di reati, cui si aggiungono 254 denunce, 8 arresti e 98 sequestri.
Non stupisce, così, che Keith Henderson tra i numerosi intrecci e avventure, racconti anche la storia di CENSA, un’azienda che ricicla rifiuti organici e che è soltanto la cartina di tornasole per traffici di rifiuti illeciti e nocivi. Un’azienda che l’architetto Scamurra, a capo anche dei lavori della casa di Susanna, cercherà di ostacolare nell’insediamento, raccogliendo firme e costituendo un Comitato.

“Susanna. Questo è un parco regionale. Il parco regionale naturale del Sirente-Velino. Questa compagnia appartiene alla mafia. Non tratterà rifiuti organici. È una copertura per riciclare rifiuti illegali e tossici industriali. Questo è quello che fa la camorra. Hanno già distrutto l’intera agricoltura delle zone intorno a Napoli riciclando rifiuti cancerogeni che hanno prodotto pecore con due teste. Vogliono fare lo stesso in Abruzzo. La riunione è per cercare di fermarli.”

E in questo romanzo, che riesce a unire, non solo due parti del mondo, geograficamente lontanissime (il Quebec e l’Abruzzo) ma anche personaggi diversi, come Susanna e il suo collega Ted Blake, che si ritrova quasi in dirittura finale il senso più profondo della storia, racchiuso nelle due righe del salmo 51.9 del libro sacro della Bibbia.

“mi sazierai di gioia e d’esultanza, esulteranno l’ossa che tu spezzasti”.

Come se il senso di tutto il nostro vivere costellato da fallimenti, crolli, terremoti sia, alla fine, questo. Rialzarsi dalle difficoltà e ricostruire. E poi vivere in modestia e riservatezza, aiutando chi si ha accanto.
Lettura davvero appassionante!

2017-07-21 08.41.13

Titolo: Acqua Sacra
Autore: Keith Henderson
Editori: DC Books- Kirke Edizioni
Pagine: 220
Euro:15

 

 

 

 

Keith Henderson ha pubblicato tre precedenti romanzi, The Restoration (DC Books 1992), The Beekeeper (DC Books 1990), The Roof Walkers (DC Books 2013), saggi politici come corrispondente del Quebec per il Financial Post (Staying Canadian, DC Books 1997), così come un libro di racconti premiato, The pagan Nuptials of Julia (DC Books 2006). Ha guidato un partito politico provinciale del Quebec durante il referendum separatista del 1995 e sostenuto i diritti anglo-linguistici e la strategia della “pillola al veleno” di partizionamento del Quebec, se mai il Quebec avesse diviso il Canada, posizioni contemplate in un articolo integrale de Los Angeles e New York Times e della CBS 60 minuti. Ha insegnato Letteratura canadese per molti anni.

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L ’uomo dei sogni in LOVE WRITERS

In uscita per San Valentino “L’uomo dei sogni” di Fiorella Paris raccolto in un florilegio letterario dal titolo di LOVE WRITERS, del  gruppo Ophelia’s friends di Milano, a cura della scrittrice e conduttrice radiofonica Stefania Romito.

 

youve-got-mail-film-locations-upper-west-side.jpegIncipit

«…Non era solo il traffico a innervosire Diamara. E nemmeno lo shopping del fine settimana, proprio a quattro giorni da Natale. Erano le coppie, così tante come non ne aveva mai viste prima. Invadevano le strade con le loro carrozzine. Si sorridevano complici e felici a rovistare nei negozi. Non si riusciva nemmeno ad arrivare alle casse senza inciampare in una persona in miniatura che sbatteva dritta alle ginocchia. Ed era soltanto una libreria. Certo la più grande, in città. Uno store a piramide di vetro, con libri, e non solo, ovunque. Un cuneo che tagliava l’oscurità del cielo. Una biblioteca infinita, come quella di Borges. Diamara si morse il labbro nel rendersi conto, improvvisamente, di essere sola. Seduta nella caffetteria, in un tavolo d’angolo, centellinava il the fingendo interesse per i muffins, nella vetrina. “Questo è il dolore della vita che per esser felici bisogna essere in due…”. I versi di Masters le rimbalzarono dentro…»

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Fiorella Paris è giornalista, scrittrice, consulente di comunicazione e traduttrice. Blogger, attiva testimone delle questioni femminile, ricercatrice del sacro femminile e di un nuovo modo di vivere il mondo ripartendo proprio dalla relazione uomo- donna, ha scritto molti racconti psicologico- sentimentali. Negli ultimi anni si è occupata di comunicazione politica in Regione Lombardia. Ha pubblicato “Quote Rosa in Lombardia” (Aracne editrice, 2013), sul ricorso delle associazioni femminili contro Roberto Formigoni, e “Il presidente e tutte le donne dell’harem-L’amore tra Oriente e Occidente” (Cavinato Editore, 2015), un romanzo corale di amore, sesso e potere. È traduttrice dello scrittore canadese Keith Henderson .

FIORELLA PARIS

L ’uomo dei sogni in Love Writers

www-mondadoristore-it

 

 

 

 

 

 

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Brancolano qua e là anime…

Brancolano qua e là anime il terremoto del 13 gennaio1915 nella poesia e nella prosa degli autori marsicani.

di Rosangela Libertini

 

Giacinta: (si abbraccia con Chiarina): «Màmma mè, Sàante ‘Middje, quìst’è je tarramùùùte!….»

Urla forsennate, bagliori sinistri, rumori assordanti, una gigantesca nuvola di polvere, lamenti strazianti poi un fuggi-fuggi indemoniato, un buio profondo, impenetrabile scende tragicamente sulla città: Avezzano non esiste più”.

(G.Pitoni)

 

Così la Marsica è piegata, stupefatta e inerte da una scossa che arrivò quando «…Non imageserano ancora le otto: l’orologio le avrebbe suonate tra qualche istante. Al centro della sua conca, il cuore del Fucino cessò di battere….”

E così la memoria letteraria ce la restituisce dal buio in cui era stata confinata. E fa riemergere, ancora, sapientemente ricercati e raccontati nel bel libro di Rosangela Libertini, altre storie e altre immagini di un sisma mai dimenticato, in terra d’Abruzzo.

 

Brancolano qua e là animeil terremoto del 13 gennaio nella poesia e nella prosa degli autori marsicani questo il titolo del libro che con un immaginario filo rosso e nero, il filo delle coperte d’Abruzzo, imbastisce e cuce in un arazzo letterario poesie, prose, opere teatrali di un evento che ha segnato (e continua a farlo) il territorio, profondamente.

 

A che serve ripercorrere il dolore? A che serve rivivere la tragedia?

 

Qual è il motivo che ha spinto poeti e scrittori a ritornare con il pensiero ai cumuli di macerie, ai grovigli delle travi contorte, alle case squarciate, ai morti straziati, intrappolati sotto i detriti. Perché rievocare il livido, cupo, silenzioso scenario in cui si aggiravano, come automi, gli scampati alla sciagura…?

 

 

«C’è un uomo abbracciato a Maria, stretto forte

È un abbraccio di morte!?

Le pietre, tante pietre, la neve che scenneva;

e io che li coprivo, li coprivo…[…]».

 

terremotoEcco, il senso di questo libro è proprio nell’essenza di ogni racconto, di ogni poesia. È qui, che l’autrice, senza mai cedere a un sentimento nostalgico di pura maniera, mette in luce non solo il terremoto esteriore ma la crudezza del terremoto interiore. E lo fa evitando, abilmente, le trappole di stereotipi culturali con cui è stata costruita l’identità della Marsica.

E nel leggere pagina dopo pagina ci rendiamo conto di come “…quel fatto è rientrato, in vario modo…ed è stato seguito da una rinascita, che ha trovato anche nell’orgoglio di un’appartenza, la forza motrice».

L’immagine nuova che ci rinvia questo libro, anche a noi, emigranti d’Abruzzo, che abbiamo più o meno scelto di vivere lontano da una terra aspra e potente, è la consapevolezza di aver avuto «…un’identità ferrigna e feudale»…Un’identità dove«…tacciono le muse dei boschi e delle valli mentre rigurgitano invece i boati delle frane e delle alluvioni….».

 

Emozionante.

 

copertina-rosangela-libertini«Brancolano qua e là anime…». Il terremoto del 13 gennaio 1915 nella poesia e nella prosa degli autori marsicani

Rosangela Libertini: insegna Storia della Letteratura Italiana presso l’Università Cattolica di Ružomberok in Slovacchia, collaborando anche con l’Università di Debrecen (Ungheria). Da anni coltiva l’impegno per la diffusione della cultura e della letteratura italiana, in special modo della letteratura abruzzese e marsicana, nei paesi dell’Europa centro-orientale e in Russia. Oltre a numerosi articoli dedicati agli scrittori marsicani, da Ignazio Silone a Gianni Paris, organizza regolarmente incontri e avvenimenti per avvicinare questi scrittori al pubblico slovacco e polacco. Si è occupata della traduzione in slovacco dei “Discorsi intorno a due nuove scienze attinanti alla matematica ed al moto dei corpi” di Galileo Galilei e la traduzione in italiano de “Il vescovo clandestino in tuta da operaio” sulla vita del cardinale Ján Chryzostom Korec.

Editore: Edizioni Kirke

Anno edizione: 2016

Pagine: 120 p. , Rilegato

EAN: 9788897393320

€ : 12,00

Informazione

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WEB RADIO NETWORK:INTERVISTA A FIORELLA PARIS

 

Ciao Fiorella, sono particolarmente felice di approfondire la tua conoscenza attraverso questa intervista. Tu sei una giornalista-tuttologa, così ti sei definita, perché sono davvero molte le attività che svolgi e gli ambiti di cui ti occupi. Le questioni femminili rappresentano per te un argomento privilegiato da sempre. Ce ne vuoi parlare?

Certamente, sì. Intanto “Tuttologa” è appunto una definizione per far capire che professionalmente mi sono davvero occupata di moltissimi argomenti: dalla cronaca nera/bianca, all’arte e lo sport e per finire alla comunicazione politica. Detto questo la mia sensibilità e i miei cavalli di battaglia sono sempre stati: la libertà e le questioni femminili, due temi peraltro connessi tra loro. Le questioni femminili le ho sentite prepotentemente dentro me, da sempre. Condivido poi con molte altre donne un percorso di ricerca del femminile sacro. Vale a dire una trasformazione culturale, spirituale che vuole rimettere al centro la sacralità del corpo vivente, spirituale, naturale. Secondo questo approccio, ricollegarsi alla spiritualità della nostra “carne” significa riprendere contatto con la natura, con Gaia-Terra, la grande madre cosmica. E sconfiggere una cultura di dominio patriarcale che smembra, divide, opprime, domina e denigra le qualità femminili autentiche. O che rende le donne come le migliori schiave descritte dalla Jong: quelle che non hanno bisogno di essere percosse, perché si percuotono da sole.

Nel 2013 hai pubblicato un saggio dal titolo “Quote rose in Lombardia” che racconta il ricorso delle associazioni femminili contro l’ultima giunta di Roberto Formigoni mentre, di recente, hai dato alle stampe il tuo primo romanzo dal titolo  “Il presidente e tutte le donne dell’harem – L’amore tra Oriente e Occidente” edito da Cavinato Editore. Come nasce l’idea di dar vita a questo libro?

coverPARIS_1a di coverTutti i miei libri nascono sempre dall’osservazione. Può essere un fatto, un racconto, una confidenza oppure semplicemente un’idea che incontro e che mi attraversa improvvisa durante le mie passeggiate quotidiane. Anche questo libro prende spunto, quindi, dall’osservazione dagli ambienti professionali che ho frequentato, da confidenze che ho ascoltato. Moltissime donne mi hanno raccontato le loro relazioni sentimentali, spesso ingarbugliate e travagliate. Poi ho spostato il piano della realtà sul piano dell’irrealtà, nel senso che la rivivo con la mia immaginazione e chiaramente tutto cambia e tutto muta, pur partendo da una condizione di osservazione esterna. Quindi tutti i personaggi descritti nel manoscritto sono autentici e nel contempo immaginari.

 

Si tratta di un romanzo corale che rappresenta un’analisi del femminile volto a scandagliare uno dei dogmi più rappresentativi della nostra cultura occidentale: la monogamia, mettendone in evidenza luci e ombre. Diverse voci femminili narrano la propria relazione con lo stesso uomo. Un uomo che viene definito con il nome generico di “Sultano”. Un termine che qui tende ad assumere il significato di archetipo, vero?

E’ così. Il Sultano di cui racconto è un personaggio che non esiste realmente, o meglio ne esistono moltissimi esemplari, che in modo anche grottesco, ho cercato di condensare e riunire in uno. Uno e centomila, insomma e quindi, quello che la psicologia definirebbe un archetipo, vale a dire un’immagine primordiale che è presente nel nostro inconscio collettivo. E che si palesa praticamente in una tipologia maschile o meglio una figura che riesce a unire Oriente e Occidente. Quello che amo definire il Sultano.

In questo romanzo viene rappresentata la fascinazione del potere nel rapporto tra uomo e donna. La figura femminile subisce questo tipo di seduzione e si pone in una condizione di subordinazione rispetto all’uomo, un atteggiamento che entra in forte contraddizione con la volontà di ottenere autonomia e indipendenza. Come viene rappresentato nel tuo romanzo questo contrasto?

Nella mia narrazione per evidenziare quella che è chiamata la schizofrenia del vivere (vale a dire una proclamazione pubblica di autonomia femminile e poi una subordinazione al maschile) oggi ho voluto utilizzare una provocazione letteraria. Quindi ho messo a confronto un ipotetico harem orientale con un altrettanto ipotetico harem occidentale. E ho mostrato come le donne, almeno alcune donne, non tutte, ovviamente, tendono a ripetere schemi millenari. La fascinazione del potere nella relazione tra un uomo e una donna non è certamente un argomento propriamente nuovo, poiché fascinazione, malia e potere sono sempre andati di pari passo in ogni epoca storica. Qui però racconto come le donne da sole si auto-subordinano alla capacità decisionale maschile per attrazione fisica, per ottenere privilegi e per quello che definiscono con il termine amore.

Nei primi capitoli si analizza il concetto di matrimonio, di convivenza, di concubinaggio e di “poliamore” esaminando le motivazioni che inducono certe donne a far parte di un “Harem occidentale”. Qual è la risposta che tendi a dare affinché vengano scardinati gli stereotipi che fossilizzano entrambi i sessi in questi ruoli predefiniti?

La mia storia ha anche appunto come hai ben sottolineato una parte di ricerca antropologica, storica, sociologica. Breve e anche semiseria. Ho voluto farlo per cercare di conservare neutralità sull’argomento e poterlo raccontare senza giudizio morale. Questo per me è fondamentale. Ognuno è libero di scegliere il contenitore relazionale che preferisce. Per quanto riguarda, invece, gli stereotipi che fossilizzano uomini e donne in ruoli predefiniti come dicevo all’inizio condivido con molte donne e uomini la speranza della fine di una società basata sulla dominanza. Il problema è riuscire a decostruire e ricostruire i ruoli senza farsi influenzare da pressioni sociali, revival di ruoli di genere estremisti, fondamentalismi, conservatorismi.  Se la cultura della dominanza, del patriarcato ha prodotto un modello che si è fortemente introiettato dentro anche moltissime donne, se vogliamo cambiare davvero il copione non solo della nostra vita, ma anche della società, sarà necessario la decostruzione ma anche la ricostruzione di un sistema coerente di norme etiche. Molte donne e molti uomini sono già in cammino su questo sentiero.

L’ultima parte del romanzo è dedicata alla riflessione del sentimento amoroso attraverso le liriche d’oriente. Posso chiederti il motivo di questa particolare scelta stilistica?

All’inizio il titolo del libro era “Il presidente e tutte le donne dell’harem”. Poi ho aggiunto “L’amore tra Oriente e Occidente”. Perché? Perché  le coincidenze uniche che chiamiamo sincroniche ci rendono consapevoli della bellezza, dell’ordine nel concatenarsi delle storie che viviamo, che raccontiamo. Questo per dire che durante la scrittura del libro ho incontrato proprio sincronicamente un uomo che arrivava da Oriente. Un uomo che mi ha fatto ancora più riflettere l’amore e l’ombra. E mi ha permesso attraverso i suoi racconti di conoscere molti poeti soprattutto persiani che conoscevo in modo superficiale. E sono rimasta incantata. Un po’ come nell’800 quando dilagò una sorte di “febbre persiana” tra scrittori e intellettuali. E coloro che ne furono affetti (come Goethe per esempio) condivisero una visione di Persia come topos elevato di poesia, con cui stabilire un ponte di comunicazione estetica e di civiltà. Il mio è stato un omaggio a questa grande cultura, oggi a volte denigrata e sottovalutata ma solo per ignoranza.

In questo tuo lavoro letterario ti rifai alla psicologia di James Hillman e alla sua riconsiderazione del concetto di Anima. La nozione di “anima” che Hillman reintroduce nella cultura psicologica occidentale è fortemente connessa al mito: l’anima trova nel mito il proprio luogo di manifestazione rivalutando l’immaginazione. In che modo questo aspetto emerge nella tua opera?

Per Hillman l’anima è connessa al mito, dove ritrova il luogo per manifestarsi, e i miti sono le figure in cui si esprime l’energia dell’anima. Il recupero del mito per Hillman non è un intento erudito, freddamente intellettuale. È il pensiero col cuore, per immagini, il fare anima del romantico John Keats. Nei miei racconti l’anima si palesa in tutte le figure femminili. A volte è nascosta. In un angolo. Non incarnata. A volte è dolente. Tutte le donne raccontate hanno personalità e anime potenti. E tutte la esprimono fortemente, raccontandosi.

che belle ragazze!!

 

Bene, Fiorella, ti ringraziamo immensamente per averci parlato di questo interessantissimo libro che pone l’accento su questioni di estrema importanza. Un libro che affascina, seduce poiché è fortemente intriso di poesia, ma che al contempo  induce, soprattutto noi donne, a riflettere sui rapporti spesso complessi e conflittuali con l’altro sesso. Un libro che consiglio veramente a tutti di leggere… e non soltanto alle donne.

https://stefaniaromito67.wordpress.com/intervista-a-fiorella-paris/

 

 

 

 

 

 

grazie alla bravissima Stefania Romito che mi ha ospitata nel suo programma radiofonico!

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Fiamme gemelle in una raccolta dal titolo Un racconto per capello

Fiamme gemelle” racconto breve di Fiorella Paris è disponibile sullo store digitale Amazon, in una raccolta dal titolo, Un racconto per capello. In formato kindle (seguirà a breve il formato cartaceo) è editato insieme a nove diversi racconti di altri autori del blog Gli scrittori della porta accanto.

 

Diapositiva1Viola e Laura, due giovani donne italiane, partono per un viaggio-vacanza in Iran.

Le due donne, diversissime caratterialmente e fisicamente, sono amiche dall’infanzia.

Viola ha una laurea in Letteratura straniere, un incarico prestigioso in un’azienda editoriale e alle spalle un matrimonio fallito, chiuso cinque anni prima. Laura è architetto e single.

Paolo, il marito di Viola, un avvocato di grande successo, ha abbandonato Laura, tradendola, meschinamente, con la sua segretaria Viviana. Entrambi perfezionisti e chiusi su se stessi non si erano accorti che la loro relazione aveva perso slancio, passione e avevano solo costruito una meravigliosa relazione-vetrina che esibivano ai familiari, agli amici.

imagesViola aveva, però, reagito alla separazione da Paolo chiudendosi ancor più su se stessa e impegnando tutte le energie nella professione.

Del tutta inattesa, arriva da Laura, la proposta di viaggio in Iran e l’incontro successivo in aereo con Shahriar, un iraniano naturalizzato europeo, che torna per il capodanno persiano, Nawrūz.

Shahriar è anche lui un uomo solitario. Cristiano per nascita, in un paese a stragrande valentines_iran_sepandarmazganmaggioranza islamico, ha studiato in America. Vive in Europa, in Italia, lavorando per una grande multinazionale, come ingegnere. Per superare le contraddizioni dei due mondi cui sente di appartenere, ha sviluppato una visione relativa sulle cose del mondo e una profonda tolleranza e rispetto per gli altri.

 

L’Iran, l’antica Persia, è il grande protagonista dell’incontro di Viola e Shahriar. E l’Iran con la sua storia millenaria, l’amore per la poesia, i magnifici giardini, la monumentale architettura si svelerà sotto lo sguardo meravigliato delle due belle e colte italiane..

E sarà proprio la magia dei luoghi e l’incontro con un paese penalizzato da una fama che non gli rende giustizia che riuscirà a risvegliare il cuore e l’anima di Viola.

*«…Paolo aveva sempre rimproverato Viola, nei loro litigi, di essere una donna troppo dura. «Mi metti soggezione» – le urlò un giorno, lasciando la moglie turbata e incapace di rispondere. Viola non aveva nemmeno preso in considerazione l’accusa. Come avrebbe potuto, del resto? Paolo era un professionista affermato. Alle spalle una gavetta durissima, uno studio legale con diversi sedi anche all’estero: Londra, Bruxelles e Hong Kong. Una capacità straordinaria di seguire la clientela internazionale in Italia e quella italiana all’estero.

«Come poteva un uomo di successo essere in soggezione di fronte a una donna che amava laletteratura?» – s’interrogava, Viola, colpevolmente…»iranschast

«…Ti manca la vulnerabilità, Viola». Il commento questa volta era della madre di Viola. La mamma l’aveva sempre criticata di leggere troppo, di studiare troppo invece di curare la propria femminilità. «Non sei seducente, Viola, non sei leggera, non sei allegra per un uomo» infierì, inchiodando Viola sulle proprie insicurezze: «Gli uomini vogliono sentirsi importanti per una donna. Tu sei sempre troppo indipendente. Non gli fai aprire nemmeno un vasetto delle olive a Paolo».

Sul vasetto delle olive, Viola era sbottata. Non solo non comprendeva il suo dolore, aveva risposto infuriata, ma la rimproverava per non essere riuscita a tenere in piedi il matrimonio. Come da bambina, la disapprovava perché preferiva i giochi con i maschi. Perché non curava i vestiti. Perché non era mai sufficientemente bella, per sua madre…»

 

nowruzduring*«…Va a Istanbul o prosegue per Teheran?»

«Teheran» – Viola girò di scatto il volto, decisa a fulminarlo con lo sguardo. E incontrò un altro sguardo. Straordinariamente, magnetico. Bruni, gli occhi. E brillanti. Viola li fissò, abbacinata. Poi, scrutò il viso. La mascella forte, senza cedimenti. I capelli scuri, foltissimi. E le labbra così turgide, da apparire imbronciate. La pelle, invece, era color bronzo antico. Sembrava un idolo bizantino. Un uomo, davvero notevole.

L’uomo bruno aveva percepito lo sguardo. Probabilmente anche i pensieri. La ricambiò con un’occhiata maschile di apprezzamento. Sfacciato, osservò il seno e la curva dei fianchi mentre nei suoi occhi, si accendeva una luce divertita. Ostinata e caparbia, Viola non abbassò lo sguardo. E i loro occhi annegarono insieme. In pochi minuti entrambi avevano letto nell’altro la propria storia non scritta…»

 

 

*«…Sulla strada per Teheran, 30 marzo 2011, mercoledì, 5:30

La sveglia suonò prestissimo. I corridoi dell’hotel erano ancora vuoti. Viola e Shahriar caricarono ishfan.jpgper primi i bagagli sulla jeep. Dopo qualche minuto arrivò anche Laura, con gli occhi semichiusi, borbottando che era un’ora terribile per mettersi in viaggio.

Poi s’alzò l’alba. Si allargò all’orizzonte. E tutti e tre, all’unisono, levarono gli occhi al cielo, dove scomparivano le ultime stelle. Tutti e tre avvertirono quel momento come l’istante supremo che, un giorno, avrebbero ripescato in fondo alla memoria. E compresero che quei momenti sarebbero diventati indelebili, in quella galleria personale di luoghi che ciascuno conservava, gelosamente, dentro di sé. Il tempo del tè. Il tempo del desiderio. Il tempo delle attese. E sullo sfondo le immagini dell’Iran. I palmeti di Neybid, che ombreggiavano la coltivazione degli agrumi, per non farli scottare dal caldo estivo. Delle sorgenti del giardino di Shazdeh…»

 

 

Diapositiva1

 

copracconti6

 

 

Fiamme Gemelle di

Fiorella Paris

in

Un racconto per capello

di Stefania Bergo (Autore) Gianna Gambini (Autore), Angelo Gavagnin (Autore),Valentina Gerini (Autore), Elena Genero Santoro (Autore), Giulia Mastrantoni (Autore), Franco Mieli (Autore), Renata Morbidelli (Autore), Ornella Nalon (Autore),  Silvia Pattarini (Autore), Elia Spinelli (Autore),   Liliana Sghettini (Autore), Tiziana Viganò (Autore).

 

 

 

 

*Alcuni capitoli del racconto. Copyright di Fiorella Paris. TUTTI I DIRITTI RISERVATI. La riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo, non è consentita senza la preventiva autorizzazione scritta dell’Autrice.

Informazione

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VITELIU-IL NOME DELLA LIBERTÀ

Spartacus-600x343«…Dopo le formule rituali, in perfetto italico elevò preghiere alla madre Kerres, Mamerte Herakles perché benedicessero quella terra dandole un nuovo futuro di pace, invocò la loro protezione sul ‘sangue del suo sangue’ e chiese la grazia che fossero salvi, un giorno, la memoria e l’onore del popolo, sacrificato, dei Safinos…»

 Ci sono parole che abbiamo dimenticato, nel nostro tempo accelerato. Ci sono parole di cui abbiamo perso il significato. Parole come onore, lealtà, dignità, coraggio, sacro. Ci è concesso di incontrarle raramente nella realtà. Sempre più spesso invece in epici racconti.

Ci è capitato di ritrovarle e riconoscerle, nel loro bagliore, nel bel libro di Nicola Mastronardi, Viteliu, il nome della libertà. Quando, indietro di migliaia di anni, le popolazioni italiche esperivano il paesaggio nel suo mutare di ora in ora, di giorno e di notte nei grandi slanci delle stagioni. Intraprendiamo, così, congiuntamente al romanzo, attraversando laghi, montagne, vallate, un cammino iniziatico che passo dopo passo, riesce a farci raccogliere lo sguardo verso altre realtà interiori, verso un mondo che credevamo perduto.

Non sono soltanto, infatti, le gesta di popoli antichi obnubilati dai fasti di Roma, dalla storia dei vincitori. È il racconto di anime indomite che hanno lasciato nella durezza delle rocce del suolo, nello scroscio dei ruscelli montani, nel luminoso splendore dei prati in fiore, un sogno di libertà. Viteliu. Italia, nell’antico linguaggio osco.

Gli avvenimenti sono quelli che abbiamo studiato (e dimenticato) nelle poche polverose nozioni della gente italica. In quei tempi lontani (siamo nel 91 a.C.) Roma era retta da una casta di famiglie rigidamente conservatrici che, ostinatamente, negavano diritti politici ai popoli Italici, nonostante questi avessero contribuito al successo di tante guerre combattute a fianco dei Romani.

Per la casta romana ammettere gli Italici al pieno diritto della cittadinanza avrebbe significato perdere gran parte dei praedia, i latifondi. Allargare e concedere diritti a tutte le popolazioni che lo chiedevano significava, infatti, perdere privilegi.

Non rammenta nulla, oggi, tutto questo?

Per farla breve, insomma, nonostante i tentativi di mediazione, l’odio serpeggiò. E fu Spartacus3x10_0442guerra. Una grande guerra che riuscì a mettere insieme popolazioni audaci, bellicose: Safinos, Marsi, Peligni, Frentani, Marrucini, Vestini, Piceni, Pretuzi, Irpini, Lucani, Iapigi. Tutti uniti contro Roma.

Non riuscirono a vincere la guerra, ma diverse battaglie sì. Di loro, dalla nebbia della memoria riemergono soprattutto due grandi condottieri: Quinto Poppedio Silone, princeps marsorum, e Gavio Papio Mutilo, embratur sannita.

«…Il richiamo di un cuculo s’udì in quel momento preciso dal basso, all’altezza del muro di cinta diruto. Ottenne subito l’eco di un secondo e poi di un altro, più lontano. Il quarto richiamo venne dalla strada di cresta, sulla sinistra.

‘Forse oggi morirò, Macellaio…’ disse inaspettatamente calmo Gavio Papio Mutilo riprendendo la posizione eretta. Gonfiò il petto e su quella cima apparve nuovamente il comande supremo di tutti gli eserciti safini. Ogni cenno di timore e incertezza era improvvisamente scomparso dal volto. ‘Ma quel che è certo è che tu non vedrai l’alba di domani’ concluse. Non disse altro, ma urlò con quanto fiato aveva nei polmoni. ‘Safinum!’ Il Macellaio fu sorpreso, disorientato e così tutti gli altri. ‘Safinum!’ riprese Gavio Papio Mutilo, Embratur degli Italici e dei Safinos, ‘Safinum!’. Il grido di guerra fu ripetuto tre volte un attimo prima che tutti capissero. Frecce e giavellotti piovvero sui soldati romani più lontani dalla vetta…»

La storia di Mastronardi non ci racconta però quegli anni di guerra. Con un salto temporale in avanti, un’ingegnosa prolessi, il romanzo inizia ben diciassette anni dopo e tra realtà storica e fantasia ci racconta un’altra avventura. Tutt’altra avventura.

Ritroviamo Papio Mutilo, l’ultimo Meddis toutico, vecchio, stanco, cieco. Ritroviamo Marzio, nipote di Silone e Mutilo, unione di popoli audaci, di stirpi fiere, cresciuto senza sapere la propria origine. E così a cavallo, prende il via un viaggio nella memoria, nei territori che Marzio non conosce.

Se volessimo configurarlo in una tipologia potremmo dire che è un romanzo di formazione che permette in quasi 500 pagine di ritrovare dentro noi, non soltanto nei protagonisti, la storia, la propria storia. E radici smarrite e remote divinità. E nonostante il tempo abbia modificato, inevitabilmente, quasi tutto, il romanzo riesce a far emergere una melodia del cuore che ci permette di avvicinarci a quel tempo sacro.

 

1-angizia-Lattrice-Maria-Adele-DAmaro-5«…In alto , l’imponente propaggine meridionale dei monti di Maja. A destra, in basso più vicino a loro, il vasto pascolo ove nasceva la sorgente del Verde e ancora più a destra il Monte Formoso, che da lì vedevano calvo verso il mezzogiorno e folto di abeti soprani a settentrione. C’era un’armonia sacra in quella vista. Respirarono il verde nelle sue numerose sfumature, l’azzurro del cielo e una forte sensazione di spazio, libertà e bellezza. Dinanzi a loro si dispiegava la terra che la Dea Madre in persona aveva progettato per far da cornice al suo tempio e al suo monte….»

 E pagina dopo pagina, lo riscopriamo sepolto dentro noi, quel vecchio mondo. Un mondo di diversa percezione dello spazio, del tempo. Un universo sinfonico, armonico, equilibrato.

Siamo in cammino per imparare a riconoscere quei paesaggi. Dentro e fuori di noi.

Viteliu-Nicola-Mastronardi

 

Nicola Mastronardi

Viteliu- Il nome della Libertà

Itaca edizioni

Anno:2012

Prezzo: 18 euro

 

 

 

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La storia dell’uomo sciacallo e della donna balena

La storia dell’uomo sciacallo e della donna balena di Fiorella Paris

Partecipa

alla seconda edizione del Premio Letteraio “Città di Pianezza” anno 2016
Premio per la narrativa

 

Una narrazione lieve, come una favola. E capace come una favola di cambiare anche il destino amantisfortunato della protagonista femminile. Lidia- donna balena si innamora, infatti, di un uomo-sciacallo. Dopo molte sofferenza e seguendo come un risveglio dell’anima riuscirà ad abbandonarlo. E a ritrovare fiducia, nella vita e nell’amore.

 

 

 

 

balena*«…(…)C’era una volta, Lidia, uno sciacallo scontento. Non gli mancava nulla. Né la prateria padroni-sciacalliimmensa né il cielo pieno di stelle che illuminavano la sua notte solitaria. Era benvoluto dalle sciacalle donne perché era forte, aggressivo. Gli piaceva molto ruzzolare con loro. Ma solo per poco tempo. Le sciacalle erano tutte belle ma tutte uguali. Nel gruppo di sciacalli dominava con la sua sicurezza e il suo fascino. Eppure a lui tutto questo non bastava. Le sue scorribande erano sempre le più audaci. Si spingeva lontano, ogni giorno sempre più lontano. E così raggiunse il mare. L’uomo sciacallo non aveva mai visto una distesa d’acqua così illimitata (…)».

 

*«…(…)Abbassando il capo, ancora, per nascondere l’umiliazione Lidia le aveva raccontato che non era l’unica donna che Aram frequentava fuori della sua vita familiare. Le descrisse la passione erotica dell’uomo. La sua bulimia sessuale. La fame senza fine che lo costringeva a navigare scientemente sui social network. In cerca di avventure ed emozioni, veloci. E ogni volta si reinventava la vita. E l’esistenza sentimentale (…)»

 

 

 

 

*«…(…)Che cosa l’aveva spinta a farlo? Non si domandava Lidia, mai abbastanza. Era la sua natura gemella. Quelle delle “due donne che sono una”, comune a molti altri esseri femminili. Una parte esterna pragmatica, colta e molto umana. L’altra interna che appariva e scompariva. Una più glaciale e l’altra più indugiante, soprattutto nella relazione. E quest’ultima l’aveva spinta a cliccare il tasto sul social network che autorizzava la connessione a un uomo dal sorriso così accattivante.

Si erano raccontati per un paio di mesi, scrivendosi quasi tutti i giorni. Lui si era insinuato nei suoi pensieri, con amorosa sapienza. Quella che utilizza il gioco, l’ironia, la tenerezza (…)»

 

cartapenna*«….(…)Lidia sapeva che Aram aveva un prestigioso incarico in una multinazionale americana. Tutto aveva scoperto tutto della sua vita. E lo aveva fatto con un fiuto e un’abilità che lei stessa non pensava nemmeno di possedere. Al rinfacciare a Aram tutte le sue bugie, all’inizio, lui ebbe una furiosa reazione. La ricoprì dei peggior insulti, cosciente di tutte le insicurezze di Lidia. L’essere una donna non più molto giovane. Il fisico troppo tornito. La malinconia per gli abbandoni e i tradimenti patiti. Subito dopo, come imparò ad apprendere, dolorosamente Lidia, l’aveva blandita. Abbracciata. Le aveva sussurrato tutto il suo desiderio. Per lei e soltanto per lei (…)»

 

pianezza

la città di Pianezza

 

 

*Alcuni capitoli del racconto. Copyright di Fiorella Paris. TUTTI I DIRITTI RISERVATI. La riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo, non è consentita senza la preventiva autorizzazione scritta dell’Autrice.

 

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